Le libere donne di Enkhel

Sara Siriana

29/maggio/2012

Oggi, in Siria come nel mondo arabo, ci troviamo nel pieno della tempesta, donne e uomini. La fragilità del “femminismo” in Siria ci ha sorpreso, in quanto è una patina brillante, ma vuota. Quasi un anno e due mesi sono passati dallo scoppio della rivoluzione, ma la donna siriana non è ancora in grado di produrre un proprio discorso politico-sociale. La sua presenza nelle riunioni politiche è ancora limitata e formale, ogni incontro tende a mettere in evidenza una signora o due, per sfuggire alla solita domanda: “dov’è la donna (la metà della società) nel vostro incontro?”.

Nonostante tutto, in questa comunità ci sono altre verità, praticamente ignorate dalle presunte femministe o dalle propagandiste del “femminismo”. Nel carcere di Adra, quello femminile, ho incontrato tre internate politiche della zona di Enkhel, a Daraa. Credo che nessuna di loro avesse mai sentito la parola “femminismo” né fosse interessata a tutta la storia, orale e scritta, prodotta dai belligeranti sulla questione femminile.

Sono donne libere dal peso delle parole complesse e dal sogno della “lotta politica”. Provengono da una città famosa per l’agricoltura e hanno terre verdi, ma oggi sono povere. Sono donne più coraggiose di molti attivisti del movimento rivoluzionario, uomini e donne. Ti guardano negli occhi con una forza che scuote i ponti, e dicono: “sono io che ho fatto questo, nessun altro c’entra”. Hanno detto questa frase durante gli interrogatori, l’hanno detta tutte assieme, ma anche singolarmente, mentre venivano interrogate.

Nessuna di queste tre ragazze ha mai scritto articoli in vita sua, la più istruita lavora come infermiera dopo aver seguito un corso. La formazione delle altre due si è interrotta con la terza media. Eppure, ognuna di loro è adatta a rappresentare la vera situazione della donna, ognuna ha una conoscenza innata e profonda del suo ruolo nella rivoluzione, come madre, sorella, moglie e soprattutto cittadina. La prima ha nascosto a sua madre la sua attività. La seconda l’ha nascosta al suo fidanzato che, quando ha saputo del suo arresto, si è ribellato anche lui. La terza ha rifiutato di contattare il suo fidanzato, contrariato per il suo arresto, finché non è ritornato per sostenerla e ha promesso di sposarla il giorno che uscirà di prigione.

Piena di vergogna ho guardato alle “libere donne di Enkhel”, mentre una fila di femministe, che ho incontrato prima di entrare nel carcere di Adra, mi attraversava la mente. Femministe che hanno scritto sulla questione femminile, note come combattenti per la questione femminile, che hanno viaggiato per raccontare la lotta della donna siriana, la sua realtà e la sua sofferenza. Tutti le conoscono, tutti ne sono orgogliosi. Ma ciò non ha impedito a queste femministe di praticare le varie forme di abuso effettuato da donne contro donne, mostrando un sentimento di superiorità umana, culturale e in molti casi addirittura sociale. Hanno rifiutato l’uomo considerandolo come il peggior nemico, manifestando una rabbia verso l’uomo che riflette in realtà una rabbia verso se stesse. Come se la bellezza, l’eleganza, la gentilezza, la cura e la pulizia della casa fossero segni evidenti di una sottomissione all’uomo, di una mancanza di indipendenza e individualismo, simboli del regresso all’epoca in cui i nonni insultavano e picchiavano le nonne.

Le “libere donne di Enkhel” si prendono cura della loro bellezza, per quanto è possibile nel dormitorio del carcere. Provano a cucinare, pensano agli eventi che sta affrontando il Paese durante l’ultimo anno che hanno vissuto, per poi sviluppare un loro personale discorso politico. Nel frattempo  le attiviste, all’esterno della prigione, continuano a incitare le donne siriane a unirsi e compattarsi per resistere davanti alla schiacciante presenza maschile nella rivoluzione. “Le libere donne di Enkhel”, invece, sono orgogliose del “martirio” e pensano che chi lo subisce abbia ottenuto la dignità e il merito attribuiti dal Signore.

Le attiviste fuori dal carcere parlano di viaggi all’estero, di tale o tal’altro convegno, di tale o tal’altra riunione. “Le libere donne di Enkhel” inghiottono le lacrime, ma gli occhi lucidi le tradiscono quando parlano dell’ultimo bagno fatto alla figlia, del sogno del matrimonio, dell’amore platonico manifestato dal fidanzato tramite un chilo di dolci arabi, fatti a mano da lui, e che l’amministrazione penitenziaria ha accettato di lasciar entrare. Questi discorsi le tradiscono, perché le “libere donne di Enkhel” non conoscono le lamentele o i pianti. Pensano al movimento rivoluzionario da cui sono assenti e a tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

“Le libere donne di Enkhel” non ci hanno chiesto della nostra situazione economica, ma ci hanno colmato di frutta, verdura e delle loro cose semplici. “Le libere donne di Enkhel” sono state capaci di protestare per più di due ore, ogni volta che abbiamo provato a pagare una cosa da mangiare, in comune tra noi e loro. “Le libere donne di Enkhel” non sanno usare Twitter Facebook, ma sorridono soddisfatte nel dare un sguardo noncurante, durante i discorsi miei e di altre, alle pagine di Facebook e ai commenti degli attivisti.

Per “le libere donne di Enkhel”, per tutte le donne di Daraa, Daraya, Homs, Hama e delle nostre disgraziate città: è con voi che si costruisce la nuova Siria, uno stato di diritto, in cui essere vere donne, madri e mogli, belle e capaci di vivere in guerra come in pace. Capaci di rileggere la nostra storia politica, religiosa e culturale, per trarne un nostro pensiero sulla donna, liberato dal peso della teorizzazione femminista importata dall’estero.

Un grazie a tutte voi. E un appello perché siano rilasciate “le libere donne di Enkhel” e tutte le detenute e i detenuti, soprattutto quelli di cui i telegiornali non fanno menzione.

Le libere donne di Enkhel sono: Asma’ Al Darraj, Sabrin Al Rumman e Ayat Al Rumman. Sono state arrestate il 25 febbraio 2012 per le loro attività a favore della rivoluzione.

La fonte

http://www.sirialibano.com/siria-2/le-libere-donne-di-enkhel.html

حرائر انخل”… نساء… في زمن الثورة

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