Con la rivoluzione, nonostante tutto…

Abd-al-Hamid-Sulaiman

Questo articolo è stato tradotto in italiano dal sito SiriaLibano

(di Elias Khury, al Quds. Traduzione dall’arabo di Caterina Pinto). Nonostante la frustrazione, nonostante la confusione politica in cui versa l’opposizione, nonostante l’assenza di coordinamento tra le unità dell’Esercito libero, nonostante la presenza della Jabhat al Nusra. Nonostante gli errori, le falle e le posizioni ambigue. Nonostante il rifiuto del mondo di sostenere il popolo siriano, nonostante il ritardo della risoluzione militare e lo scompiglio politico. Nonostante il fastidio delle dichiarazioni televisive. Nonostante tutto, sono con la rivoluzione siriana.

Speravo che il regime tirannico di Asad cadesse a Daraa, dinnanzi alla sacralità del sacrificio di Hamza al Khatib.
Speravo che i fiori di Ghiyath Matar e le bottiglie d’acqua che distribuiva ai soldati trionfassero e il regime cadesse senza perdite.
Speravo che il grido di Homs e le canzoni di Qashush e le decine di migliaia che hanno occupato le strade con le gole e le mani levate in segno di sfida pacifica bastassero.

Speravo che le armi non si sollevassero di fronte alle armi, e che la volontà popolare riuscisse a risvegliare le coscienze di coloro che non hanno coscienza e paralizzasse le loro mani prima che potessero fare fuoco.

Speravo, e spero ancora.

Ma il regime brutale, mafioso, piovresco che Asad padre ha costruito e che lasciato in eredità a suo figlio, ha deciso di affrontare il popolo fino alla fine.
“Asad o nessun altro”, “Asad o bruciamo il Paese”, “Asad per sempre”: sono questi gli slogan del regime tirannico che si è abituato a comportarsi come se la Siria fosse un regno beatificato nel suo nome. Gli aerei sono ovunque e l’omicidio è ovunque.

Il regime non ha altro obiettivo se non la sopravvivenza, il cui presupposto è l’umiliazione del popolo. Non è vero che l’obiettivo della repressione portata avanti dal regime a partire dallo scoppio della rivoluzione è abbrutire il popolo siriano e distruggere il tessuto sociale.

L’abbrutimento è iniziato nel momento in cui il potere è diventato un mostro senza senso, che si è separato con tutto il suo apparato repressivo dalla società e si è comportato come una forza di occupazione brutale e senza ritegno.
Quello cui assistiamo oggi è la generalizzazione di questo abbrutimento e il suo mutamento nell’unico mezzo per interagire con la società, affogando il popolo nel sangue e trasformando la costruzione in distruzione.

I discorsi su una soluzione politica della situazione siriana sono polvere e perdita di tempo. Perché questo regime non capisce la politica, se non come un gioco sul ciglio del baratro della morte. Elimina i suoi avversari politici, uccide i simboli della società, poi permette a chi rimane in vita di trarre la lezione, ovvero abituarsi a inchinarsi, a tacere e a obbedire.

In compenso, però, rivela grande professionalità a livello della politica estera, regionale e internazionale: si inchina, mercanteggia, vende e compra per tutelare la sua sopravvivenza. Abbatte un aereo turco, ma si piega di fronte all’aereo israeliano. Sostiene Hezbollah, ma non trasgredisce le intese sui confini sicuri tra Siria e Israele, si comporta da pecora o da tigre a seconda degli equilibri di forza. Ma la sua capacità di manovra regionale e internazionale dipende dalla misura in cui riesce a tirar completamente fuori la società siriana dall’equilibrio politico.

Quando i siriani hanno infranto il muro della paura e sono usciti dall’ampolla della repressione, il regime si è rivelato nella sua forma di mafia che parla soltanto la lingua del crimine. Perciò è evidente che qualsiasi discorso su una soluzione politica con il regime è una mera illusione e un appello alla fiacchezza e all’inazione. Perché esso non comprende la politica interna, se non nella sua forma di non politica, ovvero distaccando le persone dalla politica e riportandole alle catene della loro schiavitù.

La situazione in Siria è tragica e il dolore dei siriani ha superato la soglia di quanto è sopportabile, ma il presupposto per mettere fine alla tragedia è la caduta del regime. Qualunque altro discorso è mera illusione. È comprare un miraggio. Fino a quando la famiglia Asad rimarrà al potere, continuerà a fare il leone[1] con il popolo. Il presupposto del suo potere è l’annientamento della volontà della gente e non accetterà di dividerlo con nessuno. La mafia potrebbe arrivare a una soluzione in cui condivide l’autorità con un’altra mafia, ma non può fare un accordo con la legge e il diritto.

Il presupposto per mettere fine alla tragedia e alleviare la sofferenza è la caduta del regime, ma questo non vuol dire affatto che la rivoluzione non si impegni in politica, ovvero non faccia manovre, accumuli vittorie, e parli con un linguaggio logico che limita il regime degli assassini.

Questo non è un appello a negoziare con Asad: l’unico luogo per dialogare con il carnefice è il tribunale, dove il figlio e il signore del regime deve riconoscere i suoi crimini.
Ma è un appello a costruire una strategia di azione politica che limiti gli alleati del regime, e in particolare, il suo alleato russo che si è adoperato così intensamente a occultare i crimini, da esserne diventato complice.

E questo richiede all’opposizione di guarire da tre malattie.

La prima è la malattia del dubbio nei confronti di tutti. È una malattia che è venuta dall’epoca della tirannia, quando il regime è riuscito a far dubitare anche del proprio fratello. Questa malattia è mortale, perché reca la possibilità che l’opposizione diventi l’altra faccia del regime tirannico.

La seconda è la malattia del predominio. Il predominio, non il potere, perché la lotta è per l’illusione. Smettete di lottare per il predominio, per poter vincere la lotta per il potere con il regime.

La terza è la correzione del concetto di leadership, perché i leader non possono semplicemente vivere in Siria e partecipare alle preoccupazioni del popolo, ma devono anche essere capaci di assumere posizioni, condannare gli errori e correggere il tiro del fucile qualora si trasformi in uno strumento per azioni da shabbiha e intimidazioni.

Nonostante tutto, tutti i siriani e tutti coloro che credono nel diritto del popolo siriano alla libertà devono essere uniti riguardo alla rivoluzione.

Non aspettate una soluzione dall’esterno, né il petrolio del Golfo, né le promesse dell’America, perché la rivoluzione siriana è più grande di chi la guarda come se mendicasse la vittoria e di chi non ha creduto un giorno nel diritto degli arabi a una vita dignitosa.

Il popolo siriano vincerà perché se lo è meritato con sacrifici enormi. E quando la Siria tornerà alle siriane e ai siriani, il Levante arabo intraprenderà il cammino per recuperare la sua voce e la sua presenza.


[1] Gioco di parole con Asad che vuol dire “leone” [N.d.T].

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